Romano Ranieri
Torgiano 1935 –  Deruta 2015

Romano Ranieri scuola d'arte ceramica deruta

Cinquant’anni di esperienza, vissuta con l’umiltà dei grandi e con l’incolmabile esigenza di perfezionamento, Lo collocano fra i Primi a livello mondiale nella conoscenza ed applicazione delle più sofisticate tecniche della ceramica.

Non ha limite la sua capacità nel trasferire in ceramica i migliori effetti delle diverse espressioni Artistiche ( Scultura-Olio su Tela – Affresco- Acquerello).

Le sue Opere sono presenti in tutto il mondo: in prestigiose Gallerie, al Museo d’Arte Moderna di Basilea, nelle Chiese, nelle Strade e Piazze di famose città.
Segnaliamo 52 Pannelli in ceramica di 150cm per 100cm l’uno, realizzati a Chicago presso l’Istituto Scalabrignano in North Lake, raffiguranti i più significativi episodi del Nuovo Testamento.

Ha partecipato ad innumerevoli Mostre Nazionali ed Internazionali, riportando prestigiosi Premi e successo di Critica.

Non desidera che si parli troppo di lui.

La sua aspirazione è lasciare, attraverso le sue opere, una traccia di qualità ed essere per le future generazioni quel Passato a cui ispirarsi e superare.

Una sfida costante, con i Grandi del Passato, sulla quale ha impostato tutto il suo lavoro, spostando sempre più avanti la meta da raggiungere, auspicando che il punto in cui è arrivato sia il punto di partenza delle future generazioni.


 Romano Ranieri è uno dei nostri artisti più apprezzati e amati.

La sua attività artistica, che oramai data oltre cinquanta anni di esperienza, trova fondamento nella secolare tradizione ceramica di Deruta e lo colloca tra i maestri  che danno continuità ad una scuola di cultura estetica e di fattualità artigiana, che caratterizza e contraddistingue inequivocabilmente lo stile derutese.
Romano, cui come a pochi altri può essere riconosciuto l’attaccamento e l’affetto con cui si rivolge alla propria comunità, ha da sempre praticato l’insegnamento del proprio sapere trasferendo, senza riserve, ai suoi allievi quelle conoscenze tecniche ed estetiche necessarie a produrre ceramiche belle e di qualità.
Al suo insegnamento si sono formati valenti pittori che, nei propri laboratori  o nelle fabbriche artigiane, mantengono oggi alto il nome di Deruta  e lo rendono sinonimo di elevata qualità e cultura.
Sono tempi, questi, di crisi internazionale, che vedono le ceramiche derutesi soffrire per la contrazione dei mercati e  l’aggressività di competitori provenienti da paesi che si avvantaggiano di costi del lavoro irrisori e della mancanza di norme a tutela dell’originalità artistica.
L’esempio di Romano Ranieri costituisce, perciò, una indicazione da seguire verso la qualificazione, il perseguimento della ricerca di valore artistico e culturale di un prodotto.
Si tratta di una strada impegnativa che richiede sapienza e costanza, ma non è diversa da quella che seguirono gli antichi maestri che fecero grande la ceramica derutese.
Grazie, quindi, a Romano Ranieri che, anche in occasione di questa esposizione, ci rende nuovamente partecipi della bellezza della sua pittura e per metterla generosamente  al servizio della comunità derutese.

Mauro Mastice
Sindaco di Deruta


Due sono le cose che immediatamente colpiscono la persona che guarda i lavori di Romano Ranieri:
la prima, per chi osservi le sue splendide ceramiche, è la straordinaria ineguagliabile, unica perizia tecnica con la quale, non solo riesce a riprodurre in maniera ineffabile i più diversi e straordinari capolavori della pittura universale, ma è capace di inventare, immaginare, concepire e creare metodi, procedure e magiche alchimie capaci di imprimere a questa antichissima forma d’arte originalità e novità.

La seconda cosa che colpisce l’osservatore, questa volta addentrandosi nella malia della sua pittura su tela, è quella certa innocenza, purezza, illibatezza d’animo che quelle opere scaturiscono, e, in buona sostanza, il fatto che Romano Ranieri conserva intatto e tutto intero il suo “fanciullino” di pascoliana memoria.
C’è, infatti, in questi lavori dell’artista derutese una sorta di rassicurante atmosfera, che la delicatezza e, quasi, discrezione dei suoi colori e quel suo particolare e del tutto personale modo di collocare nello spazio elementi, oggetti, motivi, cose, sanno efficacemente creare e sostanziare, facendoci introdurre nella peculiarità della sua creatività, della sua fantasia, della genuina freschezza del suo animo di uomo e di artista, tormentato e travagliato eppure sereno e coinvolgente.

In questo senso il pittore non dà suggerimenti, non offre riferimenti sicuri e così, si trasforma in pieno artefice, perché l’alfabeto ed i segni che usa rappresentano la sua personale raffigurazione del mondo, la incessante ed instancabile scomposizione e ricomposizione del proprio universo in una sorta di virtualità di combinazioni dagli sviluppi inaspettati.
Insomma Romano Ranieri costruisce nella sue tele, da sempre ma oggi in questi ultimi lavori in maniera più puntuale, una sua propria “mitologia” tratta, non solo e non tanto dalla letteratura classica, quanto dalla sua interiorità, dal suo universo, dalle sue passioni, dal suo credere, saldando in tal modo la realtà umana a quella cosmica.
E allora nelle sue tele, nei suoi accattivanti lavori – splendida per originalità, sentimento, religiosità e gioiosa levità la serie dedicata al cantico delle creature di San Francesco d’Assisi. Ogni elemento della composizione trova il suo giusto posto individuato molto bene dall’artista, che pare come giocare, certo divertirsi con i colori, le armonie, le architetture, le geometrie che egli articola e ferma nella sua tavolozza.
Come dicevamo è una pittura rasserenante quella di Romano Ranieri, carica di tensione, dolce, intima, ma pretenziosa, di certo non pretestuosa; sempre però carica di ritmo e di inventiva.

Il colore nelle tele è steso con soffusa armonia e con equilibrio di toni e di composizione, al punto che quest’ultima, si fa pratica narrativa essa stessa, in quell’inventiva soffusa e aggraziata, eppure vigorosa e pregnante, che è certamente il colpo d’ala del vero ineguagliabile artista.

Perugia aprile 2007

Luciano Lepri
critico d’arte

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