Nella seconda metà del Quattrocento Deruta è interessata da alcuni fenomeni che avranno un’influenza determinante sullo sviluppo della ceramica. Deruta e i suoi maestri vasai furono, infatti, al centro di un intenso movimento artistico e commerciale dove emerge in particolare, sia un consistente fenomeno di immigrazione di vasai provenienti da vari centri d’Italia a seguito delle esenzioni fiscali quarantennali concesse per favorire il ripopolamento della città dopo la epidemia di peste del 1456 che apportarono nuove tecniche e decorazioni, sia uno stretto rapporto con i maggiori esponenti della pittura umbra del periodo i cui temi e soggetti iconografici vengono ampiamente riprodotti sulle ceramiche derutesi, che infine, un mutuo scambio con i mercanti e i vasai perugini con cui si concludono contratti di compagnia commerciali di notevole volume produttivo. In questo ambito la produzione derutese del periodo è quanto mai variegata per qualità e tecniche. Si propone a mercati tanto ricchi che popolari, così che accanto ai raffinatissimi e sofisticati lustri è fiorente anche l’arte delle terrecotte invertriate. Anzi si è dimostrato che in qualche caso nelle stesse fornaci si concentrassero produzioni di laterizi, terrecotte e vasi dipinti. Nuove forme e decorazioni si sovrapposero alle precedenti, nuove tecniche, come il lustro, vennero apprese, nuovi protagonisti si aggiunsero agli originari nuclei derutesi (tra i più noti per la frequenza con cui compaiono nei documenti d’archivio i nuclei dei Salò, Lazzaro di Battista di Faenza e la sua discendenza, i Collemancio, i Francigena, i Manni) dando vita ad una vivacità artistica e commerciale senza precedenti. Tra le produzioni di maggior pregio, negli ultimi decenni del XV secolo sembra apparire a Deruta una tipologia che costituisce un primo esempio di transizione verso lo stile bello del Cinquecento. Si tratta di un’estesa tipologia caratterizzata dalla presenza di semplici decorazioni a forma di petali sul retro di piatti e piattelli e perciò denominata “petal back” da Bernard Rackham che la individuò.

I soggetti invece raffigurati sul recto accolgono indifferentemente, e probabilmente in progressione evolutiva, motivi sia in “stile severo” che raffigurazioni e decori analoghi a opere di sicura datazione cinquecentesca. Domina, tuttavia, la scena tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento la produzione di ceramica a lustro, un tempo denominata “maiolica” prima che il termine finisse per designare tutta la ceramica rivestita a smalto, che renderà giustamente famose le fabbriche derutesi.

Il lustro consiste in una particolare tecnica decorativa che consente di ottenere il colore dell’oro o del rubino con sfumature cangianti e iridescenti. Il procedimento è particolarmente sofisticato ed ha origini antichissime e lontane – verso l’VIII secolo dopo Cristo in Egitto secondo un’accreditata ipotesi (Martin 1908)- ma fu acquisito dai vasai derutesi, nella seconda metà del XV secolo, probabilmente attraverso la mediazione dei lustri ispano-moreschi come suggeriscono le similitudini tra la produzione derutese e quella di Valencia e Manises. Grazie all’applicazione di speciali impasti e ad una complessa tecnica di cottura a terzo fuoco, gli effetti iridescenti dai toni dorati e rossastri si aggiun­gevano sugli smalti bianchi negli spazi riservati dai contorni tracciati generalmente in blu. L’impiego del lustro veniva riservato a lavori di particolare pregio e il loro prezzo era perciò notevolmente superiore alla corrispondente produzione policroma, ma la particolare padronanza della tecnica e forse la forte richiesta mercantile ne favorì l’applicazione anche su opere minori. La coeva produzione policroma continua ad essere caratterizzata, come si può ben osservare nei grandi piatti “da pompa”, dalla rigida divisione del campo pittorico con zone centrali destinate alla raffigurazione di scene, temi allegorici, araldici o sacri, attorniate nelle zone periferiche da moduli decorativi in disposizione geometrica. Anche nelle forme verticali di albarelli, vasi, versatori, lo spazio viene organizzato dal pittore per consentire una raffigurazione centrale incorniciata da motivi decorativi ricorrenti quali ghirlande, nastri e cartigli. Vi si riconosce, in tale mutamento, il definitivo passaggio da una ceramica d’uso ad una con funzioni prevalentemente decorativa e di ornamento per la casa e dalla più o meno complessa decorazione alle rappresentazioni figurative che si rifanno, direttamente o non, alla pittura dell’epoca. E’ significativo perciò che proprio in questo periodo inizi la produzione di targhe a soggetto sacro, genere che a lungo e quasi immutato, resterà nella produzione delle fabbriche derutesi. In questo caso, infatti, l’oggetto, concepito per un’esplicita funzione espositiva, offre al pittore il supporto più simile alla superficie piatta della tavola, della tela o dell’intonaco che può essere realizzato in ceramica. Più in generale la varietà del repertorio iconografico comprende, da un lato, una serie di motivi decora­tivi, che fungono prevalentemente da cornice, e di cui i più frequenti paiono i motivi “a corona di spine”, a “denti di lupo”, “a embricazioni”, “a girali floreali”, “alla porcellana”, talvolta disposti in quartieri sulla larga tesa dei piatti.

Circa i soggetti raffigurati, grande importanza è ancora data al ritratto, a scene allegoriche, mitologiche, sacre, spesso tratte da stampe dell’epoca o ispirate dagli esempi della pittura umbra del periodo, specie del Pinturicchio, di cui l’imitazione dello stile è particolarmente riconoscibile in alcuni piatti da pompa che si direbbero usciti da un’unica bottega. Fanno invece eccezione al rigido compar­timento dell’impianto figurativo la produzione istoriata di Giacomo Mancini “il Frate”, verso la metà del Cinquecento, e gli esemplari in cui la decorazione si estende in progressione geometrica sull’intera su­perficie degli oggetti come, ad esempio, si trova in alcuni piatti decorati in “bianco sopra bianco” o con il motivo “arabesco vegetale”.

Anche nelle forme si determina una ulteriore svolta in senso decorativo e ornamentale trasfigurando le qualità funzionali degli oggetti stessi. Tra quelle più diffuse: il piatto “da pompa”, per uso cioè espositivo, la “coppa amatoria” nei diversi generi della “ballate”, dei “gamelii” e delle ‘impaliate”, il vaso globulare a doppia ansa su alto piede. Gli esemplari della produzione migliore sono spesso parte di corredi come nel caso di vassoi, bacili, versatori di acquereccia o degli albarelli, bottiglie e versatori da farmacia. Le forme rivelano inoltre una foggiatura raffinata: si assottiglia lo spessore degli oggetti e prevalgono forme arrotondate e sinuose. La pluralità degli influssi culturali, l’influenza delle arti maggiori, il vigore e la libertà artistica dei vasai derutesi trovano la migliore sintesi nel 1524, con la complessa realizzazione del pavimento ritrovato a Deruta nella Chiesa di San Francesco. Si tratta di una serie di mattonelle a forma di stella e di croce giustapposte l’una all’altra, secondo una forma tipica e diffusa fra i pavimenti islamici e mai replicata – salvo questo caso – nel mondo cristiano, dove sono raffigurate scene simboliche e allegoriche, che sembrano richiamarsi al ciclo degli affreschi del Collegio del Cambio di Perugia, alternate a motivi decorativi di tipo geometrico-vegetale. Se ne ignora l’autore o gli autori, ma l’opera è siglata nel retro con una ‘S’. Si tratta comunque di un maestro derutese poiché gli studi ceramologico-comparativi hanno consentito di identificare diverse opere attribuibili all’anonimo “Maestro del Pavimento”. Successiva alla realizzazione del pavimento si colloca l’opera di Giacomo Mancini “il Frate”, il più noto fra i maestri derutesi per aver realizzato e firmato alcuni piatti istoriati nel 1545. L’istoriato derutese ebbe come precedente l’esempio di Francesco Urbini, generalmente ritenuto se non il maestro almeno l’ispiratore di Giacomo Mancini, che realizza a Deruta e firma un piatto nel 1537, ma è comunque circoscritto, pare, all’esperienza de “il Frate”. Si riconosce, tuttavia, un seguito di bottega in opere figurative che si è tentato recentemente di identificare e riunire in unico ‘corpus’ e che sono probabilmente da attribuire ai figli Filippo e Africano, la cui produzione giunge fino agli inizi del Seicento, protraendo oltre tempo uno stile che si richiama ancora a quello del Perugino e del Pinturicchio e in generale alla scuola umbra.


Tutti i testi quì riportati sono a cura di Giulio Busti e Franco Cocchi tratti dal CD Multimediale del Museo di Deruta

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