La assenza di studi mirati e di ricerche sulla produzione del Settecento ha fatto a lungo ritenere, anche nella pubblicistica ceramologica, che si trattasse di un periodo di decadenza in cui la produzione di ceramica appariva, con poche eccezioni, quasi del tutto scomparsa a Deruta. Tuttavia lo storico perugino Annibale Mariotti verso la fine del secolo scriveva “Fin da tempi antichi è stata questa terra assai rinomata per le sue maioliche finissime, le quali sebbene ora scemate di numero le fabbriche, non hanno però punto scapitato nella loro perfezione. Le dette maioliche per uso di credenza, per la loro pulitezza, ed eleganza sono molto in credito, non solo in Perugia, ma anche ne lontani paesi”. Sicuramente erano ancora attive nel 1774 le fabbriche di Pasquale Bravetti, Mario Caselli, Giuseppe Cocchi, Bastiano Grazia e Giuseppe Grazia, come si apprende da una corrispondenza conservata nell’archivio comunale dove i ceramisti richiedono al Comune che venga loro affidata la concessione in enfiteusi dei boschi di proprietà pubblica, per trarne legna da ardere per le fornaci In attesa di una più approfondita ricerca, la recente acquisizione alle raccolte comunali della collezione Milziade Magnini, che include molti esemplari settecenteschi, aiuta a poter considerare, nel suo insieme, questo periodo ancora ricco di qualità e di inventiva artistica. Nella collezione sono, infatti, compresi molti esempi di servizi da tavola con decorazioni a “lambrecchini” che possono facilmente confondersi con produzioni di centri settentrionali o imitazioni di queste, e con similitudini con la produzione di Marsiglia e di Moustier.

Ne ignoriamo i motivi anche se la presenza a Deruta di Sebastiano Grazia, giunto verso la metà secolo dalla originaria Lodi, potrebbe essere sufficiente a risolvere la questione. Va inoltre osservato che nessuno dei maestri poc’anzi citati sembra provenire dalle antiche famiglie di vasai derutesi e pertanto, si può ipotizzare che le innovazioni di questo periodo potevano essere state importate da altri centri. Le stesse opere più conosciute, quelle della bottega di Gregorio Caselli sono poco riconducibili agli stili e ai modi che caratterizzavano le precedenti produzioni derutesi, tanto da tentare, in un piatto conservato al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza più volte citato dalla letteratura in materia, delle imitazioni di cineserie. Maggiore continuità si trova forse nelle targhe dedicate alla Madonna dei Bagni o ad altri soggetti di devozione dove permane, per ovvi motivi, la medesima impostazione concettuale e scenica. Ma anche in questi casi si osserva un progressivo abbandono della pittura compendiaria ormai decisamente corsiva e approssimativa per giungere nella seconda metà del Settecento ad uno stile maggiormente colto, più rigoroso e formale, con una certa apertura alle contemporanee tendenze della pittura vedutista e che trova il miglior interprete del periodo nel pittore Giovanni Meazzi di cui sono note diverse opere, molte delle quali realizzate presso la fabbrica di Gregorio Caselli.

Tuttavia, dopo queste esperienze, la produzione derutese declina rapidamente giungendo ad un allarmante stato di crisi verso la metà dell’Ottocento, così descritta nel 1854 dallo storico locale Giuseppe Bianconi: “oggi la lavorazione delle maioliche vi è assai minuita e scaduta, contandosi solo cinque officine di vasellame smaltato bianco; pure ad onta dell’indietreggiamento, molti del luogo per esse hanno abbondante pane[…]”. Sembra perciò cessata quasi completamente ogni produzione artistica, mentre sopravvive la produzione di stoviglie ordinarie. Tale situazione sembra dovuta sia al generale ristagno che affliggeva all’epoca l’economia dello Stato Pontificio sia al generale indebolimento delle arti, dovuto a vari fattori socioculturali quali l’indifferenza della Chiesa, la decadenza dell’aristocrazia e la mancanza di una vivace borghesia che lasciava in una situazione di provincialismo e di attardamento culturale gli ambienti culturali e artistici umbri e perugini in particolare.


Tutti i testi quì riportati sono a cura di Giulio Busti e Franco Cocchi tratti dal CD Multimediale del Museo di Deruta

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